Qui, in questo ignorato recesso, reduci dall'esilio abitano meco le Pieridi; raro vi giunge un ospite, se non vi è attirato dal miracolo di questa fonte famosa: sebben duri da un anno, questa mia dimora di Valchiusa appena una volta o due ha accolto qualche mio caro amico, tanto all'amicizia è avverso un così aspro luogo; ma visite frequenti mi fanno le loro lettere e di me parlano, quando nelle lunghe notti d'inverno siedo davanti al fuoco e quando d'estate giaccio solitario sotto fresche ombre; e giorno e notte essi parlano di me. Vederli non mi è dato: essi hanno orrore di queste fratte e di queste nevi e dei miei cibi, e ormai impararono dalle città a curar le mollezze; già compagni cari e servi fedeli mi hanno abbandonato da poi ch'io conduco questa vita selvaggia. Se alcuno spinto dall'affetto viene a me, mi compatisce come uno che è chiuso in carcere, e presto se ne va. Questi uomini rozzi si maravigliano ch'io osi disprezzare le delizie ch'essi considerano beni supremi, e non comprendono né la mia felicità né qual piacere che mi danno altri amici segreti, che da tante parti del mondo ogni età m'invia, amici illustri per lingua, ingegno, guerre, facondia; amici non difficili, che si contentano di un angolo della mia modesta casa, che nessuna mia domanda rifiutano, che premurosi mi assistono e non mai mi danno fastidio, che se ne vanno a un mio cenno e richiamati ritornano. Ora questi, ora quelli io interrogo, ed essi mi rispondono, e per me cantano e parlano; e chi mi svela i segreti della natura, chi mi dà ottimi consigli per la vita e per la morte, chi narra le sue e le altrui chiare imprese, richiamandomi alla mente le antiche età. E v'è chi con festose parole allontana da me la tristezza e scherzando riconduce il riso sulle mie labbra; altri m'insegnano a sopportar tutto, a non desiderar nulla, a conoscer me stesso, maestri di pace, di guerra, d'agricoltura, d'eloquenza, di navigazione; essi mi sollevano quando sono abbattuto dalla sventura, mi frenano quando insuperbisco nella felicità, e mi ricordano che tutto ha un fine, che i giorni corron veloci e che la vita fugge. E di tanti doni, piccolo è il premio che mi chiedono: di aver libero accesso alla mia casa e di viver con me, dacché la nemica fortuna ha lasciato loro nel mondo rari rifugi e pochi e pavidi amici.
Da "Epistolae metricae", "Ad Jacobum de Columna", 160 ("Epistole metriche", "A Giacomo Colonna") in Rime, trionfi, e poesie latine, a cura di Ferdinando Neri, Ricciardi, 1951.