Introduzione: un lettore moderno

Quello a sinistra, appoggiato allo scrittoio, è Francesco Petrarca, ritratto nel suo studio, in una famosa miniatura del XIV secolo.
Davanti a sé tiene fra le mani un libro aperto appoggiato sul leggio per rendere più agevole il sostegno del volume e quindi la lettura.
Alla sinistra dello scrittoio, si nota un supporto girevole dove sono collocati altri volumi, alcuni aperti, altri chiusi. Si tratta di una "ruota dei libri": interessante strumento che ci dimostra come la lettura di un testo fosse sempre affiancata dalla lettura e dalla consultazione di altri testi. Oltre che dalla scrittura, come confermano gli strumenti per scrivere che si notano attorno al leggio: per Petrarca infatti le due attività erano sempre intrinsecamente connesse.
Sullo sfondo un paesaggio montano che evoca la sua "vita solitaria"…
Riflettete su questa immagine e su ciò che ci suggerisce di Petrarca lettore… Intanto, possiamo precisare che questo percorso sarà dedicato alle differenti modalità di comprensione dei testi, messe in atto dal lettore per scopi diversi e più in particolare per analizzare e commentare i testi, oppure per studiarli o ancora per usarli nelle proprie attività di scrittura.
Un lettore che sappia adottare queste diverse strategie ci appare come un lettore assai competente e certamente flessibile e moderno. È un lettore che sarebbe assai piaciuto a Petrarca, che svolgeva abitualmente queste attività e che non solo amava circondarsi di libri ma era un raffinato conoscitore dei nessi profondi fra lettura e scrittura. Non a caso possiamo considerarlo uno dei primi lettori… moderni. Gli mancava solo Internet per agevolare le sue ricerche, ma se si leggono le Familiares e le Seniles si ha la sensazione che in fondo non ne avesse bisogno, almeno per controllare il patrimonio culturale del suo tempo.

Esercitazione 1
Abbiamo di seguito raccolto alcune testimonianze del rapporto di Petrarca con la lettura: sceglietene una da portare in classe e da far leggere ai vostri allievi per avviare una riflessione sui loro diversi modi di leggere…

Testo 1
Francesco Petrarca, da "A Giacomo Colonna" (Epistola metrica)

Qui, in questo ignorato recesso, reduci dall'esilio abitano meco le Pieridi; raro vi giunge un ospite, se non vi è attirato dal miracolo di questa fonte famosa: sebben duri da un anno, questa mia dimora di Valchiusa appena una volta o due ha accolto qualche mio caro amico, tanto all'amicizia è avverso un così aspro luogo; ma visite frequenti mi fanno le loro lettere e di me parlano, quando nelle lunghe notti d'inverno siedo davanti al fuoco e quando d'estate giaccio solitario sotto fresche ombre; e giorno e notte essi parlano di me. Vederli non mi è dato: essi hanno orrore di queste fratte e di queste nevi e dei miei cibi, e ormai impararono dalle città a curar le mollezze; già compagni cari e servi fedeli mi hanno abbandonato da poi ch'io conduco questa vita selvaggia. Se alcuno spinto dall'affetto viene a me, mi compatisce come uno che è chiuso in carcere, e presto se ne va. Questi uomini rozzi si maravigliano ch'io osi disprezzare le delizie ch'essi considerano beni supremi, e non comprendono né la mia felicità né qual piacere che mi danno altri amici segreti, che da tante parti del mondo ogni età m'invia, amici illustri per lingua, ingegno, guerre, facondia; amici non difficili, che si contentano di un angolo della mia modesta casa, che nessuna mia domanda rifiutano, che premurosi mi assistono e non mai mi danno fastidio, che se ne vanno a un mio cenno e richiamati ritornano. Ora questi, ora quelli io interrogo, ed essi mi rispondono, e per me cantano e parlano; e chi mi svela i segreti della natura, chi mi dà ottimi consigli per la vita e per la morte, chi narra le sue e le altrui chiare imprese, richiamandomi alla mente le antiche età. E v'è chi con festose parole allontana da me la tristezza e scherzando riconduce il riso sulle mie labbra; altri m'insegnano a sopportar tutto, a non desiderar nulla, a conoscer me stesso, maestri di pace, di guerra, d'agricoltura, d'eloquenza, di navigazione; essi mi sollevano quando sono abbattuto dalla sventura, mi frenano quando insuperbisco nella felicità, e mi ricordano che tutto ha un fine, che i giorni corron veloci e che la vita fugge. E di tanti doni, piccolo è il premio che mi chiedono: di aver libero accesso alla mia casa e di viver con me, dacché la nemica fortuna ha lasciato loro nel mondo rari rifugi e pochi e pavidi amici.

Da "Epistolae metricae", "Ad Jacobum de Columna", 160 ("Epistole metriche", "A Giacomo Colonna") in Rime, trionfi, e poesie latine, a cura di Ferdinando Neri, Ricciardi, 1951.

Testo 1


Testo 2
Francesco Petrarca, da "A Giovanni dell'Incisa" (dalle Familiari)

Ma perché adesso non creda che sia totalmente libero da colpe, ti dirò che mi possiede una passione insaziabile che sino ad oggi non ho saputo né voluto frenare: mi lusingo infatti che non possa essere disonesto il desiderio di cose oneste. Vuoi dunque sapere la mia malattia? Non so saziarmi di libri. Può darsi che ne abbia già più del necessario; ma con i libri succede come con tutto il resto: l'ottenere ciò che si cerca stimola ulteriormente il desiderio. Che anzi nei libri c'è un fascino particolare: l'oro, l'argento, le pietre preziose, le vesti di porpora, i palazzi di marmo, i campi ben coltivati, i dipinti, i palafreni con splendidi finimenti e tutte le altre cose di questo genere danno un piacere muto e superficiale, mentre i libri ci offrono un godimento molto profondo, ci parlano, ci danno consigli e ci si congiungono, vorrei dire, di una loro viva e penetrante familiarità.

Da "Dalle familiari, III, 18", " A Giovanni dell'Incisa. Gli affida una ricerca di libri" in Francesco Petrarca, Epistole, a cura di U. Dotti, Utet, Torino, 1978.

Testo 2


Testo 3
Francesco Petrarca, da "A Giovanni Boccaccio" (dalle Familiari)

Ho letto Virgilio, Orazio, Boezio, Cicerone non una volta ma mille; e non li ho scorsi ma meditati e studiati con fine cura. Li ho divorati la mattina per digerirli la sera: li ho inghiottiti da giovane per ruminarli da vecchio. Ed essi sono entrati in me con tanta familiarità e mi sono a tal punto penetrati nella memoria e nel sangue, e mi sono tanto immedesimati con l'ingegno che, se pure non li leggessi più, resterebbero pur sempre in me avendo gettato le radici nella parte più intima dell'anima mia, ma talvolta io dimentico l'autore, poiché per il lungo uso e il continuo possesso quasi per prescrizione essi sono divenuti come miei, e da così gran turba circondato io non ricordo più chi sono e se sono miei o d'altri.

Da "Familiares, XXII,2", "A Giovanni Boccaccio", in Francesco Petrarca, Prose, trad. it. di E. Bianchi, Ricciardi, Milano-Napoli, 1955.

Testo 3