Fase 2 - Modello testuale

La brevità degli epigrammi è da sempre rispondente alla necessità di incidere i versi sulla pietra, sul marmo funebre o su un oggetto in ceramica. Alain Montandon sostiene che “Quando si vuole scrivere sulla pietra o sul marmo, o su qualche altro materiale difficile da incidere, la concisione s’impone. Nasce così una scrittura lapidaria (scrittura di pietra!) che spesso cela dentro di sé un carattere di sacralità oracolare. Si pensi all’epitaffio antico” (A. Montandon, Le forme brevi, p. 11).

A differenza della massima e dell’aforisma, che sono in prosa, l’epigramma antico nasce in distici elegiaci: due versi, di cui uno è un esametro e l’altro un pentametro.



In seguito non ha avuto una forma metrica univoca, anche se ha sempre prediletto le strofe di pochi versi (distici e quartine): endecasillabi, settenari o ottonari.

“La sua concisione e la forma privilegiata del distico (ma l’epigramma può anche avere quattro, sei, otto versi e talvolta anche di più) convengono all’espressione di una concezione antitetica della vita. […] Tutto converge verso la frecciata finale. Lessing lo descrive come un meccanismo binario di suspence e sorpresa.” (A. Montandon, Le forme brevi, p. 27).

Esistono delle eccezioni metriche, come il fulminante monosillabo di Franco Fortini: “Carlo Bo. / No.”
(L’ospite ingrato secondo, 1985) .