Fase 2 - Definizione e storia

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L’Epigramma (ἐπίγραμμα, epí e gràmma, scritto sopra) è un “Breve componimento in versi di carattere satirico, incisivo, pungente”, secondo la definizione del Dizionario Sabatini-Coletti.

Il carattere inatteso, sorprendente degli epigrammi prende il lettore alla sprovvista, come dimostrano gli epigrammi di Marziale.

L’ironia viene affidata alla stoccata finale, chiamata fulmen in clausola, che colpisce a bruciapelo e in maniera appunto fulminante:

Toto vertice quot gerit capillos, annos si tot habet Ligeia, trima est.
(Marziale, XII, 7)

[Se Ligeia ha tanti anni quanti capelli sulla testa, ha tre anni.]

Ma la storia degli epigrammi risale all’antica Grecia. Incisi su pietre tombali o su offerte votive, a loro veniva affidato un compito commemorativo: ricordare un uomo scomparso o una festa o un evento famoso o un oggetto.

Una delle più antiche attestazioni, risalente al sec. VIII a.C., è la Coppa di Nestore, ritrovata a Ischia nella tomba di un bambino di 10 anni.



L’epigramma, che vi è inciso (un verso in metro giambico e gli altri due in esametri dattilici), allude alla coppa descritta nell’Iliade:

[Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona]

Un importante mediatore del genere tra la Grecia e Roma è Catullo. Spesso il pubblico è quello del simposio, dove c’era l'abitudine di recitare testi leggeri e per lo più d'argomento erotico.

L’epigramma rimane comunque, un genere minore fino a quando, grazie a Marziale, diventa degno di letterarietà.

Marziale apprezza dell’epigramma la varietà tematica, l’aderenza alla vita di tutti i giorni, le conclusioni brillanti o comunque inaspettate, ma soprattutto l’ironia, ottenuta con focalizzazioni ravvicinate fino al minimo dettaglio dei personaggi o, al contrario, con schematizzazioni dei protagonisti su tipologie predefinite (lo stolto, il goloso, il parassita, ecc.).

Ci rimangono più di 1500 epigrammi di Marziale e il metro usato è il distico elegiaco (due versi, dal δισ dis – due volte – στίχος stichos – fila, schiera o verso).

Il genere epigramma, connesso anche alla lode o alla denigrazione di un morto tipica dell’epitaffio, trova fortuna in epoca rinascimentale con testi in latino e in italiano, sia di natura idillica (con accenni alla felicità fuggevole come quelli di Andrea Navagero), che desacralizzante. È un genere realistico e tipico della poesia colloquiale, la cui rinata fortuna deve molto alla prima edizione dell’Antologia di epigrammi greci , pubblicata a Firenze nel 1494 in 7 libri curati da Giano Làscaris. Deriva, in gran parte, da quell’Antologia Palatina del X secolo che verrà riscoperta solo nel 1607.

Con un epigramma mordace lo stesso Niccolò Machiavelli bolla la debolezza politica di Pier Soderini, colpevole di aver accettato la richiesta di Luigi XII di Francia di convocare a Pisa un concilio contro Giulio II.



Di lì a poco il Papa si sarebbe infatti alleato con i Medici:

La notte che morì Pier Soderini,
l’anima n’andò de l’Inferno a la bocca;
e Pluto le gridò: Anima sciocca,
che Inferno? Va’ nel limbo tra’ bambini.

La penna velenosa dell’Aretino scrive epigrammi salaci nel Cinquecento contro i suoi avversari. Si è soliti credere, ad esempio, che Michelangelo nel Giudizio Universale avesse raffigurato Pietro Aretino “nel San Bartolomeo con la propria pelle in mano” e nel volto della pelle il suo autoritratto. Questo “per indicare che lo scrittore avrebbe voluto la pelle dell’artista”, precisa Gino Ruozzi (Epigrammi italiani, p.52).



Gli strali dell’Aretino arrivano ancora una volta con un epigramma:

A Michelangelo Buonarroti

O Michelangiol, non vi parlo in gioco:
questo che dipingeste è un gran giudizio,
ma del giudizio voi ne avete poco.

(Pietro Aretino)

Alain Montandon sostiene che le tematiche sono limitate “alla qualità delle persone” e all’“apostrofe al passante. Ma l’epigramma si emancipa piuttosto rapidamente dalle sue origini e il termine passa a indicare poemi brevi e concisi, quasi sempre caratterizzati da un’ironia mordace. […] Ciò che è in gioco è innanzitutto l’arte della punta, nella quale l’epigramma trova la sua ragion d’essere, daga acuminata che trapassa il nemico e che Martin e Gaillard paragonano a una “schiacciata al volo” (Le forme brevi, p.26).